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sabato 26 novembre 2011

Il tiglio


Puntualmente ogni mattina verso le 11,45 quando i dipendenti della filiale della Banca Popolare di Castel di Santo interrompevano i loro battibecchi agli sportelli e, nei dieci minuti di pausa loro concessa, si attaccavano al cellulare, riacquistando una qualche parvenza di utilità per il loro ego da spaventapasseri con l'impartire ordini a mogli, mariti, parenti e affini, il Dott. Ascanio Soldaini, posava delicatamente la penna stilografica con il fusto in celluloide blu cobalto, ricevuta in regalo da sua madre il giorno della sua promozione a direttore dell'Agenzia 8 della Banca Popolare di Castel di Santo, appoggiava entrambe le mani alla scrivania di ciliegio con l'alone lasciato dalla tazzina del tè proprio vicino all'angolo destro e, facendo una leggera pressione, si alzava dalla poltrona, lentamente; prendeva il soprabito beige con la fodera a quadri bordò e marroni dall'attaccapanni posto dietro la porta, ed usciva dalla sua stanza posta al piano primo dell'Agenzia 8 della Banca Popolare di Castel di Santo.
In silenzio scendeva le scale, lentamente, ad una ad una, ed attraversava il corridoio al piano terreno, dove dietro le loro arnie trasparenti in plexiglass i tre addetti agli sportelli si agitavano con la stessa ansia di una mosca contro un vetro.
Il Dottor Soldaini passava loro davanti ignorando quegli infelici congegni antropomorfi ed i trilli dei telefoni e dei telefax, leggero, leggero e sottile come la figurina di un cartamodello. Pareva che gli mancasse l'aria lì. Passo, passo sfilava fluttuando per il corridoio principale, entrava nella porta simile ad una capsula aerospaziale e ploc! finalmente era fuori. La capsula lo aveva espulso.
I dipendenti lo osservavano, annoiati da quel rituale visto e rivisto un po' come l'alfabeto sulla tastiera del pc. Le prime volte lo avevano guardato incuriositi mentre sgusciava via alla moviola in uno stato di sonnambulismo, fuori dai locali dell'ufficio, come se avesse suonato l'allarme antincendio, come misteriosamente trascinato da un filo trasparente.
Uscito dagli uffici, il Dott. Soldaini faceva pochi passi e si arrestava proprio sotto il grande tiglio che troneggiava di fronte allo sportello del bancomat. Stava lì, fermo, immobile il Dott. Soldaini e si perdeva nei suoi pensieri. E Stava, così, in quella posizione da manichino per dieci minuti con aria trasognata.
'Eccotelo, la' bofonchiò l'operatore dello sportello 1 e con l'orologio cominciò a prendere il tempo 'tra dieci minuti rientrerà con addosso quell'irritante aria soddisfatta e si rimetterà alla scrivania fino a stasera. Di che cosa sarà contento Dio solo lo sa, ma una di queste volte, giuro che provo a domandarglielo.'
'Se prendessi il suo stesso stipendio' proseguì a staffetta quello dello sportello 2 'avresti anche te quell'espressione. Ma quello non è sano: è tutto matto, ormai lo sanno anche i sassi'.
A queste parole dell'addetto allo sportello 2, quello dello sportello 3 annuì con il capo come per convincere anche quello dello sportello 1, che aveva un'aria un po' scettica.
'Se ne sta tutto il giorno con la testa china sulle sue scartoffie. Non conosce altro che il perimetro della sua scrivania' riprese quello dello sportello 2, mettendosi a contare rapidamente una fascetta di banconote e bagnandosi con la punta della lingua il dito indice ogni due secondi. Sembrava programmato per quell'operazione.
“Scordi il tè con il latte alle cinque” aggiunse il primo che aveva parlato.
“Già l'unica sua vera passione, subito dopo i dieci minuti di imbambolamento sotto quell'albero. Lo avete mai visto sorridere?”e ficcò gli occhi da perfido segugio in faccia a quello dello sportello 3 che fece di no con il capo a sottolineare l'ovvietà della risposta .
“Eccetto quando si mette sotto il tiglio' precisò quello dello sportello 1 “quando si mette sotto il tiglio, ha la stessa espressione di mio figlio davanti ad un vassoio di pasticcini.” e premuto il tasto verde, la fotocopiatrice riprese a funzionare e illuminò il volto giallognolo e inespressivo dell'addetto allo sportello 2, facendolo somigliare allo schermo triste di un pc.
“Mi verrebbe una voglia di buttarglielo giù quell'albero, giusto per fargli dispetto a quel salame. Ve lo immaginate? Una mattina esce e non trova più il suo alberello.” Rise cinicamente quello dello sportello 2, mentre quello dello sportello 3 gli fece eco con una risatina complice che gli mostrò dei dentini piccoli e appuntiti da gatto selvatico quando viene rinchiuso in un recinto.
Una mattina, uguale a tutte le altre mattine – ma anche le cose uguali prima o poi si stufano e un giorno o l'altro scappano dallo stampino e fanno le linguacce – verso le 11,55 il Dott. Soldaini rientrò dalla sua parentesi nel tempo sotto il grande tiglio negli uffici della Filiale n. 8 della Banca Popolare di Castel di Santo, mentre l'addetto allo sportello 2 contava meccanicamente fascette da 50 Euro e l'addetto allo sportello 1 era collegato alla fotocopiatrice accendendosi e spegnendosi in viso al passare ogni volta di ogni singola copia.
Il vecchio Dott. Soldaini avanzò verso i tre e portava in viso un'espressione diversa dal solito, come un sorriso dipinto sulla bocca che però restava triste e tesa. I tre operatori dello sportello se ne accorsero immediatamente e si avvicinarono gli uni agli altri come per riunire le forze, simili a tre moschettieri in rovina sul punto di abbandonare le loro spade spuntate, ossia banconote e carte che tenevano in mano.
Si fermò di fronte a loro e li osservò stancamente con aria sconsolata.
“Volete che la sfami la vostra curiosità crudele? Credete che mi ferisca più di quanto non lo faccia la tragedia che mi ossessiona?” li apostrofò con una nota malinconica nella voce.
“Mio caro Sig. Sereni” e guardò l'addetto allo sportello 2 “già, perchè lei ha un nome, sa? e non è il numero che ha di fronte allo sportello. O se lo è, forse, dimenticato? ma lei lo sa quanto mi costa questa prigione? La vita, mi costa. E non mi riferisco soltanto a queste stanzucce che ci risucchiano ogni giorno. Io esco da qui la sera ed entro nell'altra gabbia.”
Quello dello sportello 2 guardò in faccia quello dello sportello 3 che fece spallucce e lo fissò a sua volta con aria perplessa. Nessuno capiva quello che stava succedendo.
“A casa, con la mia Maria in quelle condizioni, che accanto al suo letto non vuole più nessuno, ma solo i suoi vasi di gerani ed il bricco del tè al latte per innaffiarli. Dice che il tè al latte fa bene, rende dolce la crescita dei suoi fiori. E li chiama per nome: Cappuccino, Marella, Fiordaliso. E a me non mi riconosce”.
Intanto i numeri 1,2,3 avevano smesso di ronzare e se ne stavano imbambolati nelle loro gabbie trasparenti freddi e immobili come grucce appese in fila e piccoli piccoli con la testa in mezzo alle spalle.
La bocca del Dott. Soldaini restava spalancata e non si fermava più. Vomitava tutto il suo dolore, la sua felicità perduta e capricciosa.
“ Quando ero piccino ogni primavera la mia famiglia era solita trascorrere un breve periodo nella casa di campagna dei nonni. Lì ho potuto assaggiare il sapore che ha la felicità. Sapete che sapore ha la felicità voi? Ognuno lo sente diverso. Il mio sa di una corsa per i vigneti di nonno Giuseppe, di salti tra le strisce di luce e d'ombra del sole a mezzogiorno con il profumo delle rose che stanno in cima ai filari nelle narici. E sapete come finivano quelle corse? Correvo, correvo e alla fine arrivavo in cima alla collina felice con un senso di libertà divina nel midollo che mi brulicava fin dentro l'anima. E finalmente cadevo, sfinito e felice all'ombra del tiglio. La mia felicità me la ritrovo oggi davanti agli occhi, ogni giorno e ogni giorno me la riprendo, così” e con la mano fece un gesto verso il tiglio fuori come per acciuffare l'aria “per dieci minuti”.

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