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venerdì 2 novembre 2012

La stagione.


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"La vera felicità costa poco; se è cara non è di 

buona qualità"

(F.R. De Chataubriand)



Afferrò la spada, con energia. Zac, zac, e ancora zac. 
"Non riuscirai ad avere le terre di Don Raffaè" gridò Aiace con tutto il coraggio che  gli galoppava nel petto.
Eccoti” e sferrò un gran colpo, là dritto nel cuore del nemico, che se ne stava zitto e immobile nel vento di maggio.
Spighe di grano volarono in alto, come spruzzi di sole, come ali senza corpo. Mentre roteava la spada, l'orologio del campanile vecchio, in lontananza, segnava mezzogiorno. Ad un tratto, corvi, tanti corvi neri esplosero dalle ombre delle siepi intorno e andarono a popolare il cielo di  colore marino, mentre il silenzio si mangiava il campo assolato. 
Muta e sorniona l'estate guardava.
Dopo un'ora di scontro frontale, tra salti felini, appostamenti e cavalleresche provocazioni, Aiace si buttò in mezzo a quel letto di grano, con le cavallette che sembravano polene attaccate ai ranuncoli e ciondolavano da qualche papavero velenoso d'amore. Aiace sentì nei polmoni il profumo fresco della vittoria, mischiato a quello antico e acre dell'estate. Era felice e pieno delle cose che durano poco, le più belle. Quelle cose che non hanno nome, perché non si fa in tempo a darglielo un nome qualsiasi. Ma sono quelle cose là, che si riconoscono quando arrivano. Sfacciate e randagie, come i giochi che si fanno da bambini, come le battaglie di Aiace nei campi d'estate. Arrivi ad un certo punto e non giochi più ed il tuo gioco, la tua felicità ce l'ha già un altro.
Spettinato, senza cappello né fazzoletto al collo, a pochi metri giaceva a terra uno spaventapasseri, battuto, sfinito senza sudore addosso.
Lontano si udiva il ruggito del trattore di Don Raffaè.
I dieci anni di Aiace soffiavano forte contro le nuvole.

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