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sabato 26 novembre 2011

Un giudice


Il Dott. Cesare Livio Dioguardi era senza dubbio il giudice più condannato del Tribunale di ____________ – Sezione Distaccata di _____________, ma collezionava un florilegio di vaiaprendertelointodel ed originalissimi accidenti, in tutte le giurisdizioni dello Stivale, dalle Alpi all'Etna, dal Tagliamento al Torto, tra le quali era stato rimbalzato nel corso dei 35 anni di onorevole e specchiata carriera di magistrato toga-munito. Da quando, infatti, aveva prestato giuramento, il Dott. Cesare Livio Dioguardi aveva ogni giorno puntualmente adempiuto a ciascuna di quelle solenni promesse, facendo mostra di sé come il giudice più onesto ed incorruttibile del Bel Paese. La sua irreprensibilità era tale che era subordinato solo alla LEGGE e non solo la osservava con il massimo ossequio, ma arrivava perfino ad applicarla articolo per articolo, comma dopo comma anche fosse stato un esagerato comma 345al quadrato.
Come se non bastasse, il Dott. Cesare Livio Dioguardi condannava i truffatori, mandava in carcere gli assassini, dava l'ergastolo ai Padrini e a tutta la loro famiglia, medico e avvocato compresi; quando, poi, c'erano le aggravanti, visto che non era un giudice spilorcio, applicava pure quelle. Persino coloro che a causa di qualche bicchiere di troppo investivano qualche pigro cialtrone mentre osava camminare in mezzo della strada con passeggino - con conseguente intralcio alla loro legittima andatura 180 Km/h su strada urbana - venivano condannati addirittura a titolo di omicidio doloso. Quando a giudicare era il Dott. Cesare Livio Dioguardi, non interveniva mai nessuna prescrizione a spedire alla Hawaii qualche delinquente incallito, o ad Atlantide qualche terrorista o bandito. Per questo e per il fatto che, come pochi altri, aveva avuto l'ardire di superare il concorso in magistratura senza l'umiltà di domandare un aiutino a qualche Santo giurisperito e con diritto di opzione sui nuovi candidati, il giudice Dott. Cesare Livio Dioguardi era soprannominato da tutti Dott. Catone Dio -ci- guardi, nel senso che colleghi e avvocati ricorrendo alle peggiori apotropaico toccatine, intrecci di dita da una mano e corna dall'altra, speravano sempre di non incontrarlo sul loro cammino, non solo professionale, ma neanche per i corridoi del Palazzo di Giustizia e neppure al bar del Tribunale per il tempo di un caffè (corretto, dalle sue sentenze e i suoi moralismi paleolotici).
Ma un giorno nell'Aula 4 del Tribunale di __________-Sezione distaccata di ______ accadde un evento così strabiliante, che occupò tutte le prime pagine dei quotidiani locali e nazionali. Anche il Palazzaccio a leggere la notizia si strofinò le colonnine per il godimento e sventolò le bandiere a festa.
La mattina del 7 aprile 2010 Sua Eccellenza Giudice Dott. Cesare Livio Dioguardi noto a tutti come Dott. Catone Dio-ci-guardi, fece il proprio ingresso nell'Aula 4 del Tribunale di ______ - Sezione di _______________, in mezzo ad un coro sommesso di gestacci su descritti di avvocati, avvocate, portaborse/praticanti. Invitando la platea a stare comoda, pronunciò solennemente le seguenti parole:
Sono venuto qui questa mattina, per comunicare le mie dimissioni e dare a tutti voi il mio ultimo saluto.” Tutto l'uditorio si guardò in faccia allibito, un'avvocatessa svenne addosso al Pubblico Ministero, il Cancelliere registrò un gridolino di giubilo sul nastro del registratore, persino la scritta 'la legge è uguale per tutti' cadde giù dalla cattedra.
Da quando ho giurato di servire la legge” proseguì “non ho fatto altro che tentare di amministrare l'umana giustizia nel miglior modo possibile, sperando ogni giorno di bonificare questo Paese dalle sabbie mobili dell'inganno e della criminalità. Ma da oggi basta. Non sarò più il Giudice Cesare Livio Dioguardi al servizio della legge, sarò semplicemente il Sig. Catone Dio-ci-guardi; non è forse così che mi avete sempre chiamato? Vi prometto che non giudicherò più chicchessia giacché in quasi 40 anni di sentenze devo dire di non aver visto nessuno più veloce di voi a giudicare. Pertanto, ho deciso -state tranquilli, per l'ultima volta- di lasciare a tutti voi questa fragile e nobile eredità” e proferendo queste ultime parole ripiegò accuratamente la toga nera con l'aculeo da calabrone. Poi, come se fosse stato tirato indietro da un filo invisibile, indietreggiò e con le pupille sbarrate e cieche come quelle di un indovino quando sputa qualche vaticinio, disse:
Dimenticavo di dirvi un'ultima cosa. Avete studiato su tutti quei codici, codicilli e libroni che i gradi di giudizio sono tre. Vi faccio una rivelazione: ce n'è un altro, anzi un primo e ultimo, senza appello, senza tangenti né passpartout. Vi do appuntamento là davanti, sì proprio al banco degli imputati, di fronte a quello scranno." Fece una pausa e accennò un sorriso impietoso :"Con tutti quanti.”

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