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sabato 26 novembre 2011

Isabrutta


Isabella aveva un nome che tradiva. Appena nata, il papà e la mamma di fronte a quel visetto tondo e a quei due occhi verde mare e alla boccuccia rossa a forma di cuore, non avevano potuto far a meno di scegliere per lei un nome che ogni volta che fosse pronunciato raccontasse al mondo la sua grazia.

Ma Isabella di bello aveva solo la confezione. E il nome appunto. Bella, bella, uguale all'idea stessa di bellezza.

Ma fin dai primi anni Isabella rivelò una natura terribile. Quello che si credeva un fiordaliso sbocciato in casa Raineri, fu in realtà una gramigna velenosa. Ma i coniugi Raineri avevano desiderato tanto quella piccina da tenere in braccio e avevano aspettato talmente a lungo prima di poterla avere, che quando la piccola Isabella fece finalmente ingresso nelle loro vite, proprio quando ormai sembravano aver perduto ogni speranza, tutte le loro energie, ogni cura ed ogni loro gesto erano solo e soltanto per lei. Così, la piccola crebbe al centro delle mille attenzioni di mamma e papà Raineri, viziata ed accontentata in ogni più piccola e bizzarra richiesta che fosse uscita da quella bocca perfetta a cuoricino amoroso.

Non mi piace l'orsacchiotto con il pelo marrone, voglio una bambola di porcellana con le trecce bionde e il vestito di raso rosa” strillava, diventando rossa come un peperone e gonfiando le guance, a mamma e papà il giorno del suo sesto compleanno. Un'erinni avrebbe fatto meno impressione. I due poveri genitori, all'udire quelle urla strozzate, impallidivano, iniziavano a tremare ed immediatamente si precipitavano al negozio di giocattoli a cambiare l'orsacchiotto di peluche dalla pelliccia marrone con una magnifica bambola di porcellana, con le trecce bionde e un raffinato abitino di pizzo e raso rosa.

Ma il passatempo prediletto di Isabella era parlar male di qualunque essere umano (e animale) per sorte o per sfortuna le capitasse a tiro. Genitori, cugini, governante, amici, tutti dovevano passare al vaglio di quella taglia e cuci che teneva nascosta nella boccuccia amorosa a forma di cuore.

Lei era bella, ed il suo nome, che in definitiva era un attestato ufficiale di quella sua bellezza, le dava il diritto di sputar veleno su chicchessia.

Quindi, per lei era legittimo dipingere la cugina Vittoria come una zittella abbandonata sull'altare, destinata a vivere in esilio dalla vita e dall'amore, circondata dalle sue tovaglie e dai centrini ricamati a mano, e in compagnia dei suoi 'quattro' gatti (di cui uno zoppo e cieco da un occhio); e ancora, raccontare come Norah, la vicina di casa che, finalmente dopo anni passati a piangere la morte del marito, si era potuta rifare una vita accanto all'Ing. Acciai, fosse solo un'egoista a caccia di patrimoni che “si era fidanzata per soldi con quel salame di un prete smesso dell'ingegnere”, il quale da anni viveva da solo con l'anziana madre “perché nessuno se l'era preso, da quanto era citrullo e brutto” (testuali parole della signorina Isabella).

Anche Don Raffaele, il sacerdote che l'aveva battezzata e che l'aveva definita come l'angelo colore di peonia di Villa Raineri, una vera benedizione scesa dal cielo per quella famiglia, per Isabella, era un collezionista e fruitore vivace (anche prima di salir sull'altare) di moscati, brunelli, malvasie e vin 'santi' di ogni genere e vitigno, e che i suoi sermoni della domenica fossero i più brutti e sgrammaticati che si fossero mai sentiti.

Ma la sua boccuccia color rubino restava sempre un cuore incantevole, le sue labbra due onde perfette colorate di tramonto.

I giorni passavano e quella bocca bocciava, condannava, puniva, ribattezzava in negativo tutto quello che non era alla sua altezza. E finora non aveva trovato niente che lo fosse. Era come una bellissima mela, con il verme dentro.

Un giorno, però, accadde un evento misterioso.

Era una tiepida mattina di maggio, quando Isabella aprì gli occhioni verde mare dopo un lungo sonno ristoratore tra le sue lenzuola di seta ricamate dalla cugina Vittoria durante i mesi invernali mentre le fusa dei gatti riscaldavano la sua malinconia ed le sue giornate di rimpianto.

Pigramente il corpo aggraziato di Isabella si rigirò tra quelle lenzuola come un fuso. Il fuso che nelle favole avvelena la principessa del castello.

Un raggio di sole entrò delicatamente a carezzare i capelli color marron glacè di Isabella che brillarono preziosi, mentre un passerotto volteggiando andò a posarsi sul bordo della sua finestra, cinguettando vivacemente.

All'udire le note di quel canto, un'ombra di sdegno si dipinse sul viso della ragazza, seccata da quel primo suono del mattino che non fosse la sua stessa voce. Di scatto fece leva sui gomiti e si mise seduta sul letto fissando in cagnesco l'uccellino che continuava a darle il suo buon giorno.

Che insolenza! Chi l'ha invitata quella bestia fastidiosa?” pensò tra sé e sé Isabella. E così tese le corde vocali e tutti i muscoli della faccia per urlare sul becco del passerotto: “shhhhhhhhhhhhhh, viaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaa, fuoriiiiiiiiiiiiiiiiii”.

Ma lo 'shhhhhhhhh' non uscì. E neppure il 'viaaaaaaaaaaaaaaaaaa' e nemmeno il 'fuoriiiiiiiiiiiiiiiiiiiii'. Isabella ebbe come un fremito e fu allora che si accorse di non avere niente in bocca. Niente lingua, niente denti, né gengive. Anzi non c'era più nemmeno la bocca. La boccuccia a forma di cuore aveva cessato di battere. Silenzio. Finalmente. Solo la dolce melodia di un passerotto.

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