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sabato 19 novembre 2011

...come muta

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A uno dei suoi discepoli che stava per morire Bassui scrisse la seguente lettera:

«L’essenza della tua mente non è nata, perciò non morirà mai. Non è un’esistenza, che è peritura. Non è un vuoto, che è pura vacuità. Non ha né colore né forma. Non gode piaceri e non soffre dolori.

«So che sei molto malato. Da bravo studente di Zen, stai affrontando questa malattia con coraggio. Puoi non sapere esattamente chi è che soffre, ma domandati: Che cosa è l’essenza di questa mente? Pensa soltanto a questo. Non avrai bisogno di altro. Non desiderare niente. La tua fine che è senza fine è come un fiocco di neve che si dissolva nell’aria pura».

(101 storie zen)

E' tabù in questo mio blog. Nel senso che mi ero tacitamente ripromessa di non farcela entrare, ma in questi giorni la brutta signora e il suo cagnaccio hanno fatto capolino per due volte di seguito. La prima, proprio ieri, quando sono stata alla presentazione dell'ultimo libro di Stefano Benni nel Salone dei 500 e, dopo avercene dato un assaggio leggendoci il primo capitolo, proprio lui ha, come dire, sfiorato il tema del cagnaccio, il dolore e, indirettamente, della signora che lo tiene al guinzaglio, la mor....(Non ce la faccio proprio a scriverla per intero, non tanto per scaramanzia, ma perchè mi sembrerebbe di veder comparire una crepa anche qui). Insomma, oggi invece ho parlato con chi recentemente ha avuto a che fare con quella signora che crede di potersi riprendere tutto così facendosene una manciata; ora di questo, ora di quello, come al supermercato: ora mi riprendo la nonna, ora il gatto, ora un mazzo di fiori, poi quella farfallina dopo solo un giorno da quando era un bruco ignorante. E giù nel carrello che si riempie. Ecco. Ho visto e dialogato con il dolore, quel dolore allo stadio avanzato in cui le lacrime si sono ormai seccate e rimane soltanto un senso di rassegnazione sgomenta di ehnonc'ènientedafareèlavita. E l'asse ereditario comprende un misto di malinconia, vuoto, debiti, conversazioni telefoniche con le Pompe funebri e fastido di dover gestire gli affari della vita quando, si avrebbe voglia soltanto di sospendere il suo inarrestabile trantran. Così tutte le volte resto muta di fronte al cordoglio dettato per telegramma ad una voce di donna dall'altra parte che raccoglie e non sa niente, al dover decidere una fotografia, il tipo di cornice, ad un cellulare con un numero che non suonerà più. Resto muta e incredula di fronte a quel che resta, alle briciole dei ricordi, agli avanzi della festa, ai vestiti che vivono ancora nell'armadio con quei profumi e le pieghe che non vanno via. Sopravvivenza, così ricomincia la storia.


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